Ho deciso di iniziare questa serie di contenuti per un motivo semplice: negli ultimi anni mi sono reso conto che, quando si parla di digitale, si trova di tutto.

E il problema non è la quantità, ma il fatto che sia sempre più difficile capire cosa vale davvero la pena leggere, approfondire, usare.

Dopo dieci anni immerso nel lavoro tra comunicazione visiva, marketing, AI e team distribuiti in mezzo mondo, ho sentito il bisogno di iniziare a condividere quello che sto studiando, testando, scoprendo.

Non per “fare scuola”, ma per mettere sul tavolo pensieri, ricerche, strumenti che io per primo considero utili.

Perché online trovi migliaia di articoli e video sul digitale, ma pochi ti dicono come collegare i puntini e capire l’impatto reale delle cose.

E per me questa newsletter sarà proprio questo: uno spazio per filtrare il rumore, tenere ciò che conta e dargli contesto.

Oggi iniziamo con due spunti che, messi insieme, raccontano bene il momento che stiamo vivendo.

AI – “Against Brain Damage”

Ho letto un articolo su One Useful Thing che mi ha colpito: Against Brain Damage.

Il concetto è diretto: usare male l’AI può indebolire le nostre capacità cognitive.

Non perché l’AI “ci rovini”, ma perché se la usiamo solo per fare al posto nostro, senza un approccio critico, smettiamo di allenare il pensiero profondo.

L’autore spiega che ogni volta che deleghiamo senza attenzione, il nostro cervello si abitua a fare meno sforzo.

È un po’ come avere un personal trainer che fa gli esercizi al posto tuo: all’inizio sembra comodo, ma a lungo andare perdi forza, resistenza, lucidità.

(Questo mi ricorda che devo tornare in palestra 😂).

Beh devo dire che sono d’accordo con questa analisi anche perché ogni giorno vedo persone che usano l’AI come stampella, invece che come strumento per crescere.

Chi la integra con metodo diventa più veloce e creativo.

Chi la usa come scorciatoia, dopo un po’, non riesce più a fare nemmeno le cose che prima sapeva fare bene.

La vera sfida è questa: far sì che l’AI diventi un partner di lavoro che stimola il nostro cervello, non un sostituto che lo lascia in panchina.

Mondo Tech – Neuralink e il Dataismo

C’è poi una notizia che hai probabilmente già visto: il primo paziente con impianto Neuralink ha iniziato a muovere un cursore su uno schermo usando solo il pensiero.

È un passaggio storico, e mentre leggevo mi è venuto in mente quello che sto studiando proprio in questi giorni.

Da qualche settimana sto rileggendo Breve storia dell’umanità e Breve storia del futuro di Yuval Noah Harari.

È un autore che mi appassiona perché riesce a collegare i grandi trend della storia con le direzioni che stiamo prendendo adesso.

In questi libri Harari parla del dataismo: un’ideologia in cui l’universo è visto come un flusso di dati, e l’autorità massima non è più Dio o l’uomo… ma l’algoritmo.

Secondo lui, stiamo vivendo un passaggio da homo sapiens a homo deus: esseri umani che puntano a una perfezione quasi “divina” non in senso religioso, ma in termini di potere, capacità e longevità.

E quando metti insieme Neuralink e il concetto di dataismo, ti rendi conto che non è solo fantascienza.

È un percorso che, passo dopo passo, stiamo già percorrendo.

Non lo vediamo tutto in una volta, ma lo intravediamo in piccoli segnali: un nuovo chip, un algoritmo più preciso, una funzione che sembra solo “comodità” ma che cambia il modo in cui interagiamo col mondo.

Ed è proprio qui che, secondo me, vale la pena fermarsi un attimo.

Non per giudicare se sia giusto o sbagliato, ma per chiederci: in questo scenario che evolve così velocemente, che ruolo vogliamo avere?

Siamo solo spettatori… o partecipiamo attivamente a modellare il futuro in cui vivremo?

– Ace aka Aclas